Vera Gheno, Intervista: Social media ed evoluzione linguistica

Social media ed evoluzione linguistica: intervista alla sociolinguista Vera Gheno

Vera Gheno foto Massimo Battista

Social media. Tutti li usiamo ma siamo davvero consci del ruolo e dell’importanza che hanno nella società e nella costruzione (o meglio esposizione) della nostra immagine?

Ho parlato di questi ed altri argomenti con la sociolinguista Vera Gheno, scoperta per caso quando un’amica mi ha consigliato il suo recente libro, scritto a quattro mani con Bruno Mastroianni “Tienilo Acceso. Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello” che mi ha talmente coinvolta che le ho chiesto un’intervista! 

Vera, classe 1975 è una linguista e ricercatrice presso l’Accademia della Crusca, di cui gestisce l’account Twitter. È inoltre membro del comitato scientifico di Parole O_Stili e firmataria del Manifesto della comunicazione non ostile. 

Le aziende e i professionisti che sbarcano sui social dovrebbero usarli per ascoltare le conversazioni dei loro clienti, intessendo con loro reazioni bidirezionali che non siano solo una profilazione a scopi pubblicitari. Stare sui social, qualunque sia il soggetto, vuol dire entrare in una rete relazionale che va curata e coltivata nel tempo.

Ciao Vera, esordisco sempre chiedendo al mio ospite di presentarsi. Chi è Vera Gheno?

Se solo lo sapessi! Sociolinguista, traduttrice, docente, donna, mamma… sono tante cose, anche se, come molti esponenti della mia generazione, ho difficoltà a identificarmi con un’unica etichetta. Sarà lo stato di precarietà perenne nel quale vivo da sempre, lavorativamente parlando.

“Parole, parole, parole soltanto parole, parole tra noi” così diceva una bellissima canzone. Quanto è importante il linguaggio al giorno d’oggi? La velocità e i ritmi a cui siamo sottoposti stanno cambiando il nostro modo di scrivere e parlare?

Il linguaggio è importante come sempre, perché è una delle proprietà centrali dell’essere umano. E forse oggi lo è ancora di più perché tutti siamo comunicatori, molto più di prima. Il dibattito pubblico generalizzato ha fatto sì che tutti quanti, nel bene e nel male, abbiamo più voce in capitolo rispetto a una volta. E mi pare chiaro che riesce davvero a distinguersi, sul lungo periodo, chi ha qualcosa da dire e lo sa dire bene. I modi di scrivere e parlare sicuramente sono stati influenzati dall’arrivo di nuovi media, che ormai non possono nemmeno essere definiti davvero nuovi, dal momento che hanno tra i venti e i trent’anni; tuttavia, parte di quel cambiamento continua a dipendere non tanto dai mezzi di comunicazione, quanto da noi stessi e da quello che pensiamo della connessione, al significato che le diamo.

Social media. Che ruolo hanno oggi nell’evoluzione della lingua? Credi che in un certo senso la stiano “democraticizzando”?

Il ruolo principale, a parte quelle prevedibili caratteristiche di adattamento al mezzo di trasmissione che di fatto sono note da molti anni (come gli acronimi o le tachigrafie, oggi in recessione) è quello di far vedere una varietà di lingua che in precedenza tendeva a rimanere nascosta: quella dell’italiano “popolare” o “dei semicolti” che prima non era quasi mai visibile, dato che il discorso pubblico era di fatto monopolizzato dai pochi che vi avevano accesso (che, di fatto, rappresenta(va)no un’élite culturale e di conseguenza anche linguistica). Non so se i social contribuiscano davvero a “democratizzare” l’evoluzione linguistica più di prima, dato che, in fondo, la lingua è sempre stata modificata dai suoi parlanti – anche se molti resistono a questa idea, per timore che “la gente” rovini la lingua –; certo è che i social possono contribuire alla circolazione dei neologismi, solo per fare un esempio, molto più dei mezzi di comunicazione più tradizionali e con una copertura molto più capillare e veloce.

Come dovrebbero presentarsi aziende e professionisti sui social network e quali sono, secondo te, le cose che non dovrebbero MAI fare?

In maniera congrua rispetto al proprio stile, sicuramente. Ma la grande differenza, secondo me, non sta tanto nel come, sul quale ovviamente si può lavorare fino a trovare il registro ottimale, quanto nel perché: ogni azienda o professionista deve avere ben chiaro il motivo per cui stare sui social, che a mio avviso non devono essere l’ennesimo canale attraverso il quale fare e farsi pubblicità. Le aziende e i professionisti che sbarcano sui social dovrebbero usarli per ascoltare le conversazioni dei loro clienti, intessendo con loro reazioni bidirezionali che non siano solo una profilazione a scopi pubblicitari. Stare sui social, qualunque sia il soggetto, vuol dire entrare in una rete relazionale che va curata e coltivata nel tempo.

Ogni tanto dico, scherzando ma non troppo, che occorrerebbe la patente per poter usare i social media. Cosa pensi di questa affermazione?

Che è molto meno “spocchiosa” di quanto possa sembrare. Penso che nessuno nasca con tutte le competenze necessarie per stare online, e penso che non tutti abbiano avuto il privilegio di vivere il passaggio al digitale; così, molti si sono ritrovati catapultati in rete, come dei neopatentati alla guida di una Ferrari, tanto per continuare con questa immagine. Pensare di fare un’educazione digitale a tappeto, che riguardi il presentarsi online, il comprendere il mondo (per esempio, individuando le notizie false, ma non solo) e il relazionarsi con gli altri sarebbe una buona idea. Se il prodotto di questa educazione fosse una specie di patentino… perché no?

Parole Ostili è un interessante progetto sociale, di cui sei promotrice, atto a sensibilizzare contro il linguaggio violento. Me ne parli?

Ho contribuito, tra molti altri, alla stesura del Manifesto per la comunicazione non ostile, poi declinato in molti modi diversi (per la politica, per lo sport, ecc.). Lo trovo un ottimo punto di partenza per una riflessione in ambito educativo, anche perché, essendo un decalogo, si presta molto bene alla diffusione. Mi piace particolarmente il punto 10, che recita “Anche il silenzio comunica”. Cerco di tenerlo sempre a mente io stessa!

Arriviamo al libro che hai scritto assieme a Bruno Mastroianni “Tienilo acceso”. Come è nata l’idea di scrivere un testo del genere? Io, da addetta ai lavori e non solo, l’ho trovato molto utile e interessante.

Grazie. Negli ultimi due anni, io e Bruno abbiamo girato per l’Italia andando in scuole di ogni ordine e grado, master universitari, realtà aziendali, organizzazioni non profit, enti religiosi, e ci siamo resi conto da una parte del grande interesse che tutti, letteralmente, hanno nei confronti della rete, ma dall’altra che molti sentono la mancanza di una riflessione sul vivere “felici e connessi”, dato che normalmente si tende a parlare più della parte disfunzionale dello stare in rete, come il cyberbullismo, lo hate speech, i pericoli legati alla violazione della privacy e così via. Tutto vero e tutto necessario, ma ci siamo chiesti se non fosse il caso, pur prendendo in considerazione anche quanto accennato sopra, di parlare anche di come vivere l’online “in tempi di pace”, cioè non in difesa da quello che non funziona, ma in maniera costruttiva e serena. Ecco, fondamentalmente questo è il punto di partenza di “Tienilo acceso”, titolo che non va mai disgiunto dal suo sottotitolo: “Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello”. Né io né Bruno siamo dei tecnoentusiasti senza freni; semplicemente, riteniamo che sia utopico pensare di spegnere e di risolvere, con lo spegnimento, i problemi connessi allo stare online. Del resto, rinunciare del tutto alla connessione, diciamo noi, comporta perdersi delle bellissime opportunità di crescita cognitiva e anche personale. Quello che cerchiamo di dire è che tutti dovremmo tendere alla ricerca dell’equilibrio nella dieta mediatica, tra connessione e disconnessione, e in questo modo diventare esseri umani che usano la tecnologia senza essere usati da essa.

La lingua è in costante evoluzione, il processo è inarrestabile e i social network mettono in luce il cambiamento che altrimenti rimarrebbe “nascosto”. I social media mettono inoltre in evidenza tanti aspetti della personalità di chi li usa anche se, molto spesso, non si ha piena coscienza della conseguenza delle proprie azioni. Questo è particolarmente evidente in alcune “strategie” adottate da professionisti e aziende che non li sfruttano per instaurare un dialogo con il proprio pubblico secondo i propri valori etici (aziendali) ma in modo incongruo 

 

rispetto ai propri valori. Sui social network, inoltre, capita sempre più spesso che le persone -ma anche i brand- insultino qualcuno in modo, come dire? Esagerato, senza rendersi conto delle reale conseguenze di queste conversazioni virtuali. I social network siamo noi, non il nostro avatar.

A questo proposito, cliccando sull’immagine qui affianco, avrete il link dell’interessante libro scritto dalla Gheno e Mastroianni.

Consiglio la sua lettura!

 

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