Mario Soldati Prato di papaveri

Leggevo i diari di Mario Soldati e mi ha colpita in modo particolare una sua riflessione, attualissima, riguardo la fama.

Qual è il fenomeno più spiacevole tra gli importanti o il più importante tra gli spiacevoli, dal 1946 al 1956?

Certo, il trionfo, sempre crescente, della fama fatua. Divi del cinema, atleti, uomini politici, criminali, adulteri, vincitori di lotterie, ecc. raggiungono, nel giro di poche ore, notorietà nazionali e, qualche volta, mondiali.

Molti si lamentano, e molti biasimano apertamente, su giornali e riviste, questo dilagante costume. Tuttavia, non c’è nessun segno che si tratti di un fenomeno passeggero; nessuna speranza ch’esso diminuisca. Anzi: lo scandalo pubblicitario aumenta di potenza ogni anno, ogni mese; e ciò che, volta per volta, si dice e si stampa contro di esso, non gli nuoce e non lo combatte neanche, ma lo nutre e lo aiuta a prosperare. Se certi fatti sono sciocchi o vergognosi, sarebbe molto meglio, anziché proclamare e pubblicare che sono sciocchi e vergognosi, semplicemente non parlarne.

Ma ci comportiamo, tutti, proprio nel modo opposto. Perché? Vuol forse dire che non si trovano più, tra noi, o si trovano sempre meno, uomini onesti?

Abbiamo cercato di riflettere su questo problema. E siccome è nostra opinione profondamente radicata che l’uomo, nei secoli, non migliora e neppure peggiora mai, abbiamo concluso che il moderno trionfo della fama corrisponde a qualche riposto, irresistibile, irrefrenabile bisogno dell’umanità. E come mai, allora, questo bisogno sta venendo fuori soltanto adesso? Ma evidentemente, perché prima, trovava altre vie di sfogo. C’è sempre, una legge di compenso.

E quale sarebbe questo bisogno?

Il bisogno della diseguaglianza: che nell’uomo è almeno altrettanto forte del bisogno di eguaglianza; ma che, in un’epoca, come la nostra, in cui i popoli e le classi fanno passi da giganti verso l’eguaglianza, si trova grandemente umiliato, e cerca con ogni mezzo di riprendersi e tornare a livello dell’altro bisogno suo fratello gemello, oggi universalmente vittorioso.

Mario Soldati, 7 gennaio 1956

Essere o apparire, quindi?

Di certo essere ma anche apparire.

Gli influencer con vite patinate a bordo piscina, senza problemi e senza pensieri sono morti.

O meglio.

Non sono mai esistiti.

I social servono per comunicare CHI SIAMO tenendo però conto del modo in cui lo comunichiamo.

Sui social, anche se sembra, la comunicazione non deve e non può essere immediata. Fatta eccezione per le Storie che narrano momenti del quotidiano e in cui è lecito mostrarsi senza filtri.

A parte le Storie occorre pesare bene le parole e l’immagine che non deve essere perfetta ma neppure di scarsissima qualità.

La riflessione di Soldati così indietro nel tempo, parliamo del 1956, mi ha fatto riflettere su come, da sempre, in tanti cerchino di emergere su basi non rilevanti.

Dove sono finiti gli uomini onesti?

Come detto qualche tempo fa, ognuno di noi è un influencer.

Quante volte avete consigliato un film o una ricetta a parenti e amici?

Quante?

Essere.

Apparire come si è.

Trasmettere valori, emozioni.

Creare empatia, sinergia.

Trovare la strada per mostrarsi esattamente come si è.

Questo dovrebbero essere i social.

 

Tutti vogliono diventare influencer ma sapevi di esserlo già?

No?

Che non sei nulla di speciale lo hanno detto in tanti, troppi anche se chiaramente non è così!

La mia maestra di matematica delle elementari, la prof. di greco al liceo, tutti quelli che mi hanno giudicata senza conoscermi.

Tutte queste persone hanno cercato di annientarmi.

Di rovinare la mia autostima.

La mia voglia di fare.

Sbagliavano, loro, non sapendo che sono tante cose ma non una che si arrende davanti a un giudizio negativo.

Queste persone mi hanno dato un forte senso critico, per questo mi sono spesso interrogata -e tutt’ora rifletto- sui miei punti di forza.

Su come accettare le mie debolezze per trasformarle in qualcosa di buono.

I’m only human after all

Per esempio ho sempre desiderato scrivere e lavorare in radio e, in un certo senso, ciò che faccio non è così lontano dal mio grande sogno.

Influencer On e Off line

Pensa a quando, magari davanti a una pizza, hai condiviso una tua personale recensione di un disco, un libro o un film e i tuoi amici si sono incuriositi a tal punto da acquistarlo!

A me è successo.

Ho incuriosito e influenzato delle persone a tal punto da convincerle a comprare qualcosa!

Se ti domandi come trasmettere agli altri il tuo sapere, la risposta è semplice, ti servono un pc e una connessione internet a cui dovrai aggiungere una serie di tattiche e strategie che ti aiutino a spiegarti meglio.  Se non sei navigato, potrai farti aiutare da professionisti di settore come grafici, social media manager,  esperti SEO.

Queste persone sapranno indirizzare il tuo messaggio nei giusti canali valorizzando i tuoi contenuti!

Se farai un buon lavoro, ogni tua passione, anche assurda, di nicchia, incomprensibile per tanti, potrà essere condivisa e apprezzata da persone come te.

Di fatto le passioni sono come i fiumi, puoi arginarle, costruirci sopra una vita diversa ma alla fine saranno loro a riprenderti e a portarti nella giusta direzione!

studio diverso

È su instagram che spesso incontro “colleghi” e persone che fanno più o meno il mio lavoro. Così ho conosciuto la persona che vi presento oggi. Dopo essermi appassionata alle sue stories, ho fatto una chiacchierata con Sabrina di Studio Diverso che si occupa prevalentemente di grafica e social media.

Vedo ancora gestori di pagine che non rispondono al loro pubblico nei commenti, non ringraziano, non interagiscono.

1. Vorrei cominciare questa intervista chiedendoti: di cosa si occupa Studio Diverso?

Studio Diverso si occupa di grafica cartacea e web, gestione pagine/account social per PMI e professionisti e – ancora – siti web. Dico “ancora” perché negli ultimi tempi mi sto specializzando sui social media, settore che preferisco. Stare dietro a TUTTO, continuando a fare anche lavoro di grafica pura, sta diventando un po’ complicato. Questo perchè Studio Diverso sono solo io, Sabrina Giovanella, freelance dal 2011. Quello dei siti web, con le nuove regolamentazioni privacy, è un settore che mi piace sempre meno e che sto pensando di delegare completamente a collaboratori esterni mantenendo la sola attività di coordinamento e gestione del cliente.

2. Come mai questo nome?

Sono da sempre sensibile all’argomento diversità e mi piaceva l’idea di inserire questa parola nel marchio. Ho scelto l’asterisco come simbolo identificativo – al posto dell’ultima lettera finale, la cui forma circolare ricorda la O – in quanto carattere jolly in informatica, che sostituisce un carattere o un gruppo di caratteri. Per comodità lo chiamo Diverso ma potrebbe essere Diversa, Diversi o Diverse.

3. Parliamo di Social media marketing: tra i tuoi servizi figura la gestione dei social media. Qual è il profilo tipo della tua clientela?

I miei clienti sono piccole aziende, startup o liberi professionisti che hanno un progetto da sviluppare. In altri casi sono aziende del mio stesso settore più strutturate che internamente non hanno il reparto grafico o che preferiscono delegarlo ad un collaboratore esterno. Mi trovo spesso a lavorare a creazione di nuovi loghi, impaginazione di cataloghi, creazione grafiche per packaging oltre a svolgere attività di gestione social media. Chi si affida a Studio Diverso per la gestione della propria pagina facebook o profilo instagram avrà il pacchetto completo che comprende: creazione ed elaborazione di immagini o foto, contenuti testuali (copy), gestione sponsorizzate, statistiche e analisi mensili.

4. Quali sono a tuo parere gli errori comuni che professionisti aziende compiono nella gestione delle proprie pagine social?

Un errore molto comune e banale che riscontro ancora, ad esempio sulle pagine facebook, è l’errato ridimensionamento delle immagini di profilo e di copertina, che non tiene conto del lato responsive. Inoltre vedo ancora gestori di pagine che non rispondono al loro pubblico nei commenti, non ringraziano, non interagiscono. Coltivare i rapporti sui social è fondamentale perché chi ci scrive si aspetta una nostra risposta proprio come accadrebbe vis-à-vis:rispondere è prima di tutto una questione di buona educazione.

Altri errori comuni sono:

– la cancellazione di commenti negativi o risposte esageratamente “piccate”; Il social media manager non può permettersi di essere permaloso, almeno non sul lavoro!

– l’abbandono della pagina. Partire con un grande entusiasmo e arenarsi dopo pochi mesi è molto frequente.

– il non corretto uso di hashtag (su instagram, perchè su facebook sono praticamente inutili)

– il rubacchiare contenuti altrui senza citare fonti

– non prestare adeguata attenzione nei contenuti testuali alla grammatica e alla sintassi.

5. Parliamo di immagine. Studio Diverso si occupa anche di grafica e costruzione di siti web. Che ruolo ha l’immagine nella presentazione del proprio lavoro sul web?

L’immagine sul web, che sia un sito o una pagina social è di fondamentale importanza perché dà subito una prima impressione di ciò che siamo, di cosa ci occupiamo e di come ce ne occupiamo. Come diceva Wilde Non esiste una seconda occasione per fare una buona prima impressione. Se navigando alla ricerca di un fornitore mi imbatto in un sito degli anni 2000, creato in flash con la musichetta e il logo palesemente scansionato dal biglietto da visita, bè… certamente una prima impressione me la faccio e non è di certo fantastica.

Altro esempio: se il nostro sito o i nostri profili aziendali social contengono solo immagini prese da stock, non va bene. Vedo pagine di ristoranti con immagini dei piatti palesemente acquistate sui database fotograficiormai gli utenti sanno riconoscere le foto autentiche e personalizzate da quelle che si possono reperire online. L‘acquisto di foto da stock non è di per sé un male ma per un’attività è preferibile investire in un servizio fotografico dal momento che le cifre non sono inavvicinabiliSe proprio non si vuole investire, occorre armarsi di pazienza, creatività e di un buon telefono di ultima generazione e provare a scattare foto convincenti,accattivanti e reali. Le persone apprezzeranno.

6. Quali sono, secondo te, i rischi, se ci sono, per un’azienda o un professionista che decide di non essere presente sui social media?

Non essere presente al giorno d’oggi sul web o sui social media equivale a non esser stato presente sulle pagine gialle 20 anni fa. Ossia, non esistere agli occhi di chi cerca un determinato servizio/prodotto. Se io, potenziale acquirente non ti trovo online, non comprerò il tuo servizio/prodotto. E se non compro tu non fatturi. E se non fatturi, chiudi. Non affidiamoci solo al passaparola, anche se operiamo in piccoli paesini di provincia dove è più facile che tutti si conoscano. Il passaparola è senza dubbio un metodo molto efficace di pubblicità, forse uno dei più potenti, che resisterà nei secoli. Se una mia amica va in un centro estetico, si trova bene e me ne parla, al 99% quando anche io avrò bisogno di un centro estetico andrò lì. Purtroppo però il passaparola non dipende da noi:è un metodo passivo, che possono cioè fare gli altri parlando della nostra attività. Quello che possiamo fare noi è farci vedere, farci trovare, esserci nel momento in cui una persona necessità di un nostro servizio. Se una persona cercando il nostro prodotto sul web non troverà noi, troverà di sicuro un nostro concorrente che si è dimostrato più lungimirante.


Ci sono casi particolari di aziende che di recente hanno scelto di non comparire più sui social media per determinati motivi. Un esempio è Lush, famosa azienda di prodotti cosmetici, che ha deciso di abbandonare tutti i profili social per non essere più “schiava” degli algoritmi e smettere di pagare per apparire nel feed dei propri follower. Tuttavia queste g
randi aziende, conosciute a livello mondiale,hanno sempre strategie pubblicitarieben definite e capacità di investimento molto elevate e diversificate e possono quindi permettersi anche di scomparire dai social. Non vedo l’ora di vedere nei prossimi mesi come si svilupperà il loromarketing 😉

  1. Dovendo dare un consiglio a un professionista o azienda che sta per aprire una pagina sui social media, che cosa gli diresti?

Se ha intenzione di occuparsene direttamente, in maniera autonoma, i miei consigli sono:

• essere costante: pubblicare e aggiornare spesso il profilo,pianificando i contenuti. “Spesso” non vuol dire necessariamente più volte al giorno o ogni giorno ma con una cadenza regolare.

• dedicare tempo al progetto: Creare contenuti è molto impegnativo: trovare la foto o la grafica giusta, scrivere il testo in maniera interessante e corretta senza scopiazzare è davvero un lavoro.

• avere pazienza: i risultati non saranno immediati ma non per questo si deve abbandonare o demordere dopo pochi mesi. Perseveranza!

Se questi tre punti dovessero risultare troppo impegnativi nel lungo periodo, non c’è altra soluzione che rivolgersi a qualcuno che se ne occupi in maniera professionale. Come Studio Diverso! 😉

Leggi anche Intevista: Valeria Pecora, dai romanzi ai social!

Intervista valeria pecora e i social network

A proposito di social network, ho la fortuna di conoscere molto bene una talentuosa scrittrice, Valeria Pecora, classe 1982 che, con il suo ultimo romanzo “Mimma”, ha vinto il premio Antonio Gramsci 2017 e quello Giacomo Matteotti 2018, quest’ultimo indetto della presidenza del consiglio. Ho pensato di intervistarla in relazione al suo rapporto con i social media. Anzi, per dirla tutta, ho suddiviso l’intervista in due parti: la prima sul mestiere di scrivere, la seconda sui social network.

Io sto molto attenta a quello che scrivo sui social. Credo che il pericolo più grande sia l’impulsività: il fatto di interagire in un mondo social, solo apparentemente senza filtri, porta le persone a scrivere talvolta cose spiacevoli.

PRIMA PARTE: IL MESTIERE DI SCRIVERE

Buongiorno Valeria Grazie per avermi concesso questa intervista. Inizio subito col chiederti, come ti sei avvicinata alla scrittura?

Buongiorno Martina, grazie a te per questa intervista. Mi sono avvicinata alla scrittura da qualche anno ma ho sempre coltivato, fin da bambina, un grandissimo amore per la lettura e per i libri. Ho iniziato a scrivere per buttare giù le mie riflessioni su carta e poi sui social. Il salto che mi ha portato a scrivere il primo romanzo l’ho fatto dopo i 30 anni, nel 2015 è stato pubblicato Le cose migliori.

Hai qualche nuova storia in cantiere?

Sì, ho un romanzo pronto, terminato da poco e spero riesca a trovare la pubblicazione che desidero. Intanto sto progettando di scrivere un nuovo romanzo su una storia vera, incredibile e potentissima a livello emotivo.

Come nasce un romanzo?

Dipende, ogni volta è un’avventura diversa e forse proprio per questo è così meraviglioso scrivere. Per esempio il romanzo che ho terminato da poco è nato da una mostra fotografica che mi colpì moltissimo e fu in quel momento che decisi di voler scrivere di quell’argomento. Il prossimo romanzo che vorrei scrivere nasce invece dall’incontro con una donna speciale. Ogni volta la scintilla si accende da situazioni e stimoli diversi.

Come si sviluppa un’idea?

Dopo che ho focalizzato il tema che vorrei raccontare, di solito procedo con la fase di ricerca e di studio ma il mio modo di scrivere è disordinato, caotico. Spesso altre idee e altri temi si aggiungono in corso d’opera. In ogni caso procedo sempre a informarmi, a studiare il tema e a intervistare le persone esperte. Amo ascoltare e raccontare le storie vere.

Qual è il segreto per dare corpo, in questo caso parole, a un progetto?

La curiosità, l’entusiasmo, la determinazione. Sembrano elementi poetici ma in realtà per me è questo il segreto per scrivere: un tema deve incuriosirmi talmente tanto da entusiasmarmi e volerne parlare con determinazione.

SECONDA PARTE: I SOCIAL MEDIA

In che modo i social network incidono sul tuo lavoro o meglio sulla tua immagine pubblica?

I social network sono un mezzo potentissimo per me e per la mia attività di scrittrice. I lettori mi seguono, mi piace utilizzare i social al meglio, parlare di me come persona e non solo come autrice. Ai lettori, alle persone piace l’umanità e la verità anche in questo tipo di narrazione.

Come li utilizzi? Hai un profilo privato? Una pagina?

Ho un profilo privato e una pagina autrice su Facebook e cerco di aggiornarli in contemporanea (anche se a volte non sempre riesco e allora utilizzo il profilo privato perché risulta quello più seguito). Gestisco anche un account Instagram.

Alla luce della tua esperienza, quali sono gli errori che un professionista può correre esponendosi su un social network e in che modo può tutelare la sua professione?

Io sto molto attenta a quello che scrivo sui social. Credo che il pericolo più grande sia l’impulsività: il fatto di interagire in un mondo social, solo apparentemente senza filtri, porta le persone a scrivere talvolta cose spiacevoli. Oppure a sentenziare e commentare ogni fatto di cronaca, questo io lo trovo fuorviante e pericoloso. Si diventa tuttologi con il rischio di fare analisi spesso superficiali e inesatte. Io porto avanti determinate battaglie: la precarietà lavorativa, il diritto al lavoro, i diritti dei malati. Sono realtà che però vivo tutti i giorni e di cui parlo con cognizione di causa. Non metto bocca su argomenti molto delicati (non perché non ci rifletta) ma perché scriverlo sui social significa dare molta più visibilità alle idee anche in modo pericoloso. Il faccia a faccia resta comunque la modalità di dialogo che preferisco.

In che modo promuovi i tuoi libri e quali sono i veicoli più importanti per diffondere il tuo lavoro? Che ruolo hanno i social network all’interno di questo progetto promozionale?

In entrambe le pagine social (profilo privato e pagina autrice di Facebook) pubblicizzo gli eventi a cui partecipo, i festival, le presentazioni a cui prendo parte. Gioco in maniera leggera sfoggiando i miei outfit prima delle presentazioni. Credo che mischiare ironia e profondità, leggerezza e serietà sia il modo migliore per attirare anche nuovi potenziali lettori. Che palle se parlassi con pesantezza solo dei miei libri. No, amo sfruttare al meglio questi mezzi potenti e spessissimo consiglio anche i libri di altri autori e autrici o prendo parte agli eventi in qualità di moderatrice. In questo modo ti fai sempre promozione ma offri altri aspetti di te come per esempio quello di lettrice. Oltre alla comunicazione social io penso che per uno scrittore la comunicazione più importante consista nel farsi conoscere quindi mi sposto moltissimo e ho all’attivo più di 40 presentazioni del mio ultimo romanzo. Girare e farsi conoscere, questo resta per me il passaparola migliore e più forte.

Ti chiedo infine un consiglio rivolto a professionisti e aziende per la gestione dei social network.

Siate chiari, concisi e sempre veri. La spontaneità e l’amore per quello che si fa vengono premiati.

Leggi anche Vera Gheno, Socialmedia ed evoluzione linguistica

 

Vera Gheno foto Massimo Battista

Social media. Tutti li usiamo ma siamo davvero consci del ruolo e dell’importanza che hanno nella società e nella costruzione (o meglio esposizione) della nostra immagine?

Ho parlato di questi ed altri argomenti con la sociolinguista Vera Gheno, scoperta per caso quando un’amica mi ha consigliato il suo recente libro, scritto a quattro mani con Bruno Mastroianni “Tienilo Acceso. Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello” che mi ha talmente coinvolta che le ho chiesto un’intervista! 

Vera, classe 1975 è una linguista e ricercatrice presso l’Accademia della Crusca, di cui gestisce l’account Twitter. È inoltre membro del comitato scientifico di Parole O_Stili e firmataria del Manifesto della comunicazione non ostile. 

Le aziende e i professionisti che sbarcano sui social dovrebbero usarli per ascoltare le conversazioni dei loro clienti, intessendo con loro reazioni bidirezionali che non siano solo una profilazione a scopi pubblicitari. Stare sui social, qualunque sia il soggetto, vuol dire entrare in una rete relazionale che va curata e coltivata nel tempo.

Ciao Vera, esordisco sempre chiedendo al mio ospite di presentarsi. Chi è Vera Gheno?

Se solo lo sapessi! Sociolinguista, traduttrice, docente, donna, mamma… sono tante cose, anche se, come molti esponenti della mia generazione, ho difficoltà a identificarmi con un’unica etichetta. Sarà lo stato di precarietà perenne nel quale vivo da sempre, lavorativamente parlando.

“Parole, parole, parole soltanto parole, parole tra noi” così diceva una bellissima canzone. Quanto è importante il linguaggio al giorno d’oggi? La velocità e i ritmi a cui siamo sottoposti stanno cambiando il nostro modo di scrivere e parlare?

Il linguaggio è importante come sempre, perché è una delle proprietà centrali dell’essere umano. E forse oggi lo è ancora di più perché tutti siamo comunicatori, molto più di prima. Il dibattito pubblico generalizzato ha fatto sì che tutti quanti, nel bene e nel male, abbiamo più voce in capitolo rispetto a una volta. E mi pare chiaro che riesce davvero a distinguersi, sul lungo periodo, chi ha qualcosa da dire e lo sa dire bene. I modi di scrivere e parlare sicuramente sono stati influenzati dall’arrivo di nuovi media, che ormai non possono nemmeno essere definiti davvero nuovi, dal momento che hanno tra i venti e i trent’anni; tuttavia, parte di quel cambiamento continua a dipendere non tanto dai mezzi di comunicazione, quanto da noi stessi e da quello che pensiamo della connessione, al significato che le diamo.

Social media. Che ruolo hanno oggi nell’evoluzione della lingua? Credi che in un certo senso la stiano “democraticizzando”?

Il ruolo principale, a parte quelle prevedibili caratteristiche di adattamento al mezzo di trasmissione che di fatto sono note da molti anni (come gli acronimi o le tachigrafie, oggi in recessione) è quello di far vedere una varietà di lingua che in precedenza tendeva a rimanere nascosta: quella dell’italiano “popolare” o “dei semicolti” che prima non era quasi mai visibile, dato che il discorso pubblico era di fatto monopolizzato dai pochi che vi avevano accesso (che, di fatto, rappresenta(va)no un’élite culturale e di conseguenza anche linguistica). Non so se i social contribuiscano davvero a “democratizzare” l’evoluzione linguistica più di prima, dato che, in fondo, la lingua è sempre stata modificata dai suoi parlanti – anche se molti resistono a questa idea, per timore che “la gente” rovini la lingua –; certo è che i social possono contribuire alla circolazione dei neologismi, solo per fare un esempio, molto più dei mezzi di comunicazione più tradizionali e con una copertura molto più capillare e veloce.

Come dovrebbero presentarsi aziende e professionisti sui social network e quali sono, secondo te, le cose che non dovrebbero MAI fare?

In maniera congrua rispetto al proprio stile, sicuramente. Ma la grande differenza, secondo me, non sta tanto nel come, sul quale ovviamente si può lavorare fino a trovare il registro ottimale, quanto nel perché: ogni azienda o professionista deve avere ben chiaro il motivo per cui stare sui social, che a mio avviso non devono essere l’ennesimo canale attraverso il quale fare e farsi pubblicità. Le aziende e i professionisti che sbarcano sui social dovrebbero usarli per ascoltare le conversazioni dei loro clienti, intessendo con loro reazioni bidirezionali che non siano solo una profilazione a scopi pubblicitari. Stare sui social, qualunque sia il soggetto, vuol dire entrare in una rete relazionale che va curata e coltivata nel tempo.

Ogni tanto dico, scherzando ma non troppo, che occorrerebbe la patente per poter usare i social media. Cosa pensi di questa affermazione?

Che è molto meno “spocchiosa” di quanto possa sembrare. Penso che nessuno nasca con tutte le competenze necessarie per stare online, e penso che non tutti abbiano avuto il privilegio di vivere il passaggio al digitale; così, molti si sono ritrovati catapultati in rete, come dei neopatentati alla guida di una Ferrari, tanto per continuare con questa immagine. Pensare di fare un’educazione digitale a tappeto, che riguardi il presentarsi online, il comprendere il mondo (per esempio, individuando le notizie false, ma non solo) e il relazionarsi con gli altri sarebbe una buona idea. Se il prodotto di questa educazione fosse una specie di patentino… perché no?

Parole Ostili è un interessante progetto sociale, di cui sei promotrice, atto a sensibilizzare contro il linguaggio violento. Me ne parli?

Ho contribuito, tra molti altri, alla stesura del Manifesto per la comunicazione non ostile, poi declinato in molti modi diversi (per la politica, per lo sport, ecc.). Lo trovo un ottimo punto di partenza per una riflessione in ambito educativo, anche perché, essendo un decalogo, si presta molto bene alla diffusione. Mi piace particolarmente il punto 10, che recita “Anche il silenzio comunica”. Cerco di tenerlo sempre a mente io stessa!

Arriviamo al libro che hai scritto assieme a Bruno Mastroianni “Tienilo acceso”. Come è nata l’idea di scrivere un testo del genere? Io, da addetta ai lavori e non solo, l’ho trovato molto utile e interessante.

Grazie. Negli ultimi due anni, io e Bruno abbiamo girato per l’Italia andando in scuole di ogni ordine e grado, master universitari, realtà aziendali, organizzazioni non profit, enti religiosi, e ci siamo resi conto da una parte del grande interesse che tutti, letteralmente, hanno nei confronti della rete, ma dall’altra che molti sentono la mancanza di una riflessione sul vivere “felici e connessi”, dato che normalmente si tende a parlare più della parte disfunzionale dello stare in rete, come il cyberbullismo, lo hate speech, i pericoli legati alla violazione della privacy e così via. Tutto vero e tutto necessario, ma ci siamo chiesti se non fosse il caso, pur prendendo in considerazione anche quanto accennato sopra, di parlare anche di come vivere l’online “in tempi di pace”, cioè non in difesa da quello che non funziona, ma in maniera costruttiva e serena. Ecco, fondamentalmente questo è il punto di partenza di “Tienilo acceso”, titolo che non va mai disgiunto dal suo sottotitolo: “Posta, commenta e condividi senza spegnere il cervello”. Né io né Bruno siamo dei tecnoentusiasti senza freni; semplicemente, riteniamo che sia utopico pensare di spegnere e di risolvere, con lo spegnimento, i problemi connessi allo stare online. Del resto, rinunciare del tutto alla connessione, diciamo noi, comporta perdersi delle bellissime opportunità di crescita cognitiva e anche personale. Quello che cerchiamo di dire è che tutti dovremmo tendere alla ricerca dell’equilibrio nella dieta mediatica, tra connessione e disconnessione, e in questo modo diventare esseri umani che usano la tecnologia senza essere usati da essa.

La lingua è in costante evoluzione, il processo è inarrestabile e i social network mettono in luce il cambiamento che altrimenti rimarrebbe “nascosto”. I social media mettono inoltre in evidenza tanti aspetti della personalità di chi li usa anche se, molto spesso, non si ha piena coscienza della conseguenza delle proprie azioni. Questo è particolarmente evidente in alcune “strategie” adottate da professionisti e aziende che non li sfruttano per instaurare un dialogo con il proprio pubblico secondo i propri valori etici (aziendali) ma in modo incongruo 

 

rispetto ai propri valori. Sui social network, inoltre, capita sempre più spesso che le persone -ma anche i brand- insultino qualcuno in modo, come dire? Esagerato, senza rendersi conto delle reale conseguenze di queste conversazioni virtuali. I social network siamo noi, non il nostro avatar.

A questo proposito, cliccando sull’immagine qui affianco, avrete il link dell’interessante libro scritto dalla Gheno e Mastroianni.

Consiglio la sua lettura!